Lo stemma di Maranello

Nel 1931 a Maranello viene concesso l’uso di uno stemma, raffigurato oggi come mosaico davanti al Municipio

Si può vedere al centro di Piazza della Libertà: 16.000 pezzi fra tasselli di marmo e pietre semi-preziose messe insieme dall’artista Mario Montanari per raffigurare lo stemma di Maranello. Un pezzettino per abitante, o quasi, proveniente da ogni parte del mondo per testimoniare lo spirito di apertura e di accoglienza della città. Il mosaico è stato completato nel 2000, 69 anni dopo l’adozione dello stemma da parte del comune.

È il 1 febbraio 1931 quando viene emanato il decreto di concessione per dotare Maranello del suo stemma attuale. “D’argento all’albero di pero fruttato al naturale, nodrito su pianura verde, alla vite fruttifera di nero accollata all’albero”, recita il decreto, con un italiano sembra quasi uscito da un poema epico. Lo stemma scelto presenta un albero, simbolo di forza, che affonda le radici in un prato fertile. A tale proposito, le pere e l’uva fanno riferimento alle principali produzioni della zona.

Il settore tessile e le donne al lavoro

Negli anni ’30 cominciano a nascere nuove imprese nel settore tessile: una buona occasione di lavoro non solo per gli uomini, ma anche per le donne.

Negli anni ’30, a Maranello, chi aveva bisogno di recapitare un pacco poteva rivolgersi a Eminia Grani, detta “Il Corriere di San Venanzio”. La donna caricava in spalla la merce da consegnare ed effettuava il trasporto fra le due località, rigorsamente a piedi.

A parte lo spirito di autoimprenditorialità di persone come Erminia Grani, è la raccolta del riso uno dei primi lavori considerati “per donne”. Se da un lato può essere visto come un passo verso l’emancipazione, dall’altro non bisogna dimenticare lo sforzo fisico a cui le mondine erano sottoposte: ore e ore immerse nell’acqua fino alle ginocchia, chine, qualsiasi fosse la condizione meteorologica. Anche Maranello ha avuto le sue mondine. Il punto di raccolta delle ragazze – talvolta molto giovani, talvolta già mature – era la scuola elementare di Via Vittorio Veneto. Da qui venivano portate nel vercellese per la stagione: 40 giorni di fatica per tornare a casa con qualche soldo e un pugnetto di riso.

Ma a partire da 1930 cominciano ad affacciarsi occasioni di lavoro alternative per le donne maranellesi. Questo stesso anno Augusto Maffei fonda il maglificio Maffei: arriverà a impiegare 30 donne nel 1946 espandendosi fino a toccare il centinaio di dipendenti. Segue a ruota Armando Olivieri con la sartoria Olivieri, partita in sordina e poi sbocciata nel dopoguerra.

I semi continuano a essere seminati da Francesco Volpi che apre un trapuntificio in località Fornace, poi trasferitosi in via Zozi nell’immediato dopoguerra. Il Nuovo Trapuntificio Impero produce coperte imbottite e viene dato in gestione a Ermidia Volpi. Nel 1946 conterà 65 impiegati, di cui 60 donne, e con gli anni diversificherà la produzione concentrandosi su camicie, grembiuli e divise da lavoro sotto il nome Fox Confezioni.

Mentre il Trapuntificio Impero cambia pelle, Lina Alboni Pellati apre il suo maglificio Pellati nel 1949, arrivando a dare lavoro a 80 donne. Sulla scia del settore tessile si arriva fino a tempi più recenti, con l’ultima storica fondazione nel 1974: il maglificio Gold Tricot. Fondato da Maurizio Goldoni con l’aiuto della sorella Mariangela e della madre magliaia Laura Masoli, confeziona capi finiti per conto terzi, diventando successivamente punto vendita autonomo.

Si può dire che il seme sia stato gettato proprio negli anni ’30. E senza dubbio sono stati fatti molti passi avanti dai tempi del “Corriere di San Venanzio”!

 

Bibliografia:
Silvano Soragni, “Maranello. Dal Feudo Calcagnini… alla Scuderia Ferrari”, Artioli Editore, 2004
Silvano Soragni, “Maranello. 1860… Da libero comune a laboriosa città”, Artioli Editore, 2011

 

Dante Beltrami, il primo fotografo di Maranello

Dante Beltrami è il primo fotografo del paese, tipografo e organizzatore di sport locale, ma anche importante personaggio nel periodo della Resistenza.

Fra le attività che aprono i battenti a Maranello a cavallo tra le due guerre non ci sono solo imprese tessili. C’è anche la tipografia di Dante Beltrami, un personaggio centrale nella vita maranellese dell’epoca, la cui esprienza professionale non si esaurisce nell’uso sapiente del torchio.

Beltrami nasce nel 1900 a Baggiovara. A soli 18 anni decide di trasferirsi a Maranello in cerca di fortuna. Il suo sogno è lavorare come fotografo e aprire una cartoleria. A partire dal 1925 mette finalmente in moto la sua attività, “Foto Stampa Maranello”.

Il giovane, già organizzatore di sport locale, diventa di diritto il primo fotografo del paese. Nel mentre, “Foto Stampa Maranello” diventa anche tipografia, la tipografia Beltrami, impiegando ragazzi apprendisti e dando loro le basi per un lavoro diverso da quello nei campi.

Ma non è finita qui. Prima di morire nel 1963, Dante Beltrami dà il suo fondamentale appoggio alla Resistenza maranellese. Quando i renitenti alla leva si preparano a unirsi alle forze partigiane, servono loro documenti nuovi. Le foto necessarie le scatta proprio Beltrami sfidando il pericolo e trasportando fino al punto di ritrovo di Casa Taddeo la macchina fotografica, nascosta nel doppio fondo di un secchio zincato.

Bibliografia

Silvano Soragni, “Maranello, 1860… da Libero Comune a laboriosa città”, Artioli Editore, 2011

Carlo Stradi, il prestatore di denaro diventato benefattore

Nel 1923 muore l’ingegner Carlo Stradi: prestatore di denaro in vita, lascia tutti i suoi beni e possedimenti al Comune di Maranello promuovendo anche la costruzione di un ospizio.

Si narra che le mamme di Gorzano raccomandassero ai propri figli di non avvicinarsi mai all’ingegner Carlo Stradi. Non amava i bambini, lo Stradi, quindi non era raccomandabile importunarlo mentre passeggiava per le strade del paese o per i suoi possedimenti.

Carlo Stradi nasce nel 1845, a Gorzano. Suo padre si chiamava Giovanni e si era arricchito attraverso una pratica nota: prestare denaro e poi confiscare beni agli insolventi. Le banche non sono ancora arrivate a Maranello, e tanto meno nei borghi circostanti, così questa è l’unica scorciatoia per chi ha bisogno di un prestito.

Anche Carlo si dedica allo stesso lavoro, continuando ad accumulare possedimenti. Il tasso di interesse dei suoi prestiti oscilla fra il 3% e il 6%. Altri suoi beni sono concessi in affitto ad affittuari che, se non possono pagare in moneta, saldano con prodotti della terra o degli allevamenti. Per contratto, nei suoi poderi è vietata ogni forma di festa o bagordi: la condotta morale da tenere deve essere rigida.

Nel 1923 Carlo Stradi muore senza eredi nella sua casa di Gorzano, chiamata da tutti “Il Palazzo”. Leggendo il testamento, la moglie Elvira Monesi scopre una certa sopresa, per lei di sicuro poco gradevole. C’è scritto che non erediterà nulla – d’altronde i due non andavano per niente d’accordo! – perché l’erede universale indicato è il Comune di Maranello. Oltre a questo, Stradi scrive di suo pugno che con i suoi soldi si costruisca un ospizio per anziani bisognosi, a lui intitolato: sarà l’Ospizio Stradi, costruito a Maranello nel 1928.

Sul lascito restante di Carlo Stradi, terreni e possedimenti, verrà invece costruita gran parte di quella che viene chiamata “la Maranello nuova”. L’auditorium Ferrari, le nuove scuole elementari, l’ex campo sportivo oggi adibito a parcheggio, e persino il Municipio saranno costruiti su quei terreni un tempo appartenuti a un prestatore di denaro con pochi scrupoli, divenuto benefattore. E per chiudere il cerchio, lo stesso anno della sua morte arriva a Maranello, in Via Claudia, anche il primo banco di San Geminiano e San Prospero.

 

Bibliografia:
Silvano Soragni, “Maranello, dal Feudo Calcagnini… alla Scuderia Ferrari”, Artioli Editore, 2004

L’omicidio di San Venanzio

Nel 1922 due simpatizzanti socialisti vengono uccisi a San Venanzio da un commando fascista, i cui componenti godranno dell’amnistia proclamata l’anno successivo.

All’inizio degli anni ’20 Maranello è ancora in bilico fra passato e futuro. La città ha mantenuto la sua identità agricola, imprese di altro tipo ce ne sono ancora poche: la maggior parte nasceranno nel decennio successivo. Dopo la vittoria del Partito Popolare nel 1920, il Partito Fascista comincia a fare presa anche qui. E arrivano anche i primi episodi di violenza.

È il 20 agosto 1922 quando uno squadrone fascista si fa accompagnare da Maranello a San Venanzio. Una volta arrivati a destinazione, presso l’osteria, i membri del commando aprono il fuoco prima di darsi alla fuga. Ma non si tratta di un’azione casuale, gli obiettivi sono chiari.

Nell’agguato perdono la vita due simpatizzanti socialisti, il bracciante Adelmo Benevelli e il calzolaio Giovanni Romani. Gli autori dell’agguato vengono individuati e condotti davanti alla Giustizia. Tuttavia, l’amnistia per i delitti di stampo fascista ottenuta da Mussolini nel 1923 fa sì che i responsabili non paghino per il loro crimine.

 

Bibliografia
Silvano Soragni, “Maranello, 1860… da Libero Comune a laboriosa città”, Artioli Editore, 2011

La questione della sanità a Maranello

Nel 1904 apre la Farmacia Caselli, la prima di Maranello: fino a quel momento i 3800 abitanti avevano a disposizione solo un armadietto farmaceutico e quattro medici, di cui tre veterinari.

Nonostante gli anni a cavallo del 1900 siano migliori rispetto alla crisi del periodo post-unitario, a Maranello c’è ancora un grosso problema da risolvere. È la cosiddetta “Questione della sanità”, ossia la situazione globale riguardante malattie, cure e presenza di medici sul territorio. Situazione che, per Maranello, non poteva dirsi ottimale.

Ma facciamo un passo indietro. Nella seconda metà dell’800 comincia ad affermarsi la figura del medico condotto, fondamentale in tutti quei luoghi privi di un ospedale. Una volta nominato, il medico condotto doveva risiedere nel comune di pertinenza ed essere sempre disponibile. Incidenti sul lavoro, gravidanze, assistenza alle puerpere, morbillo, difterite, tubercolosi: si occupava lui di tutto, in sella alla sua bicicletta, e poteva godere al massimo di due settimane di ferie l’anno.

È testimoniato che a Maranello, nel 1884, fossero presenti ben quattro medici. Tre di questi, però, erano veterinari. Angelo Bertacchini, Massimiliano Mesini e Domenico Cavani, infatti, si occupavano della buona salute degli animali. Un ruolo non da poco, dal momento che l’economia di Maranello era in gran parte agricola. Se gli animali erano legati a doppio filo con le buone sorti dell’economia del territorio, lo erano anche i veterinari: il bestiame era un vero capitale e l’afta epizootica la piaga maggiore da combattere. La conoscenza adeguata di questa malattia era così sentita che persino le donne erano ammesse agli incontri pubblici di approfondimento.

Il quarto esercente dell’arte salutare, invece, era il medico condotto Vittorio Dallari, unico dottore per 3885 abitanti, quanti erano i maranellesi di allora. Per arrivare a una svolta importante nella cura della salute umana a Maranello, bisogna aspettare il 3 luglio 1904. È il giorno in cui apre in paese la prima farmacia, gestita dal dottor Ettore Caselli, che va a sostituire il semplice armadietto farmaceutico aperto nel 1895. La Farmacia Caselli, oggi, è un esercizio storico della città, ancora  aperta al pubblico e gestita dai discendenti di Ettore.

 

 

Bibliografia

Silvano Soragni “Maranello. 1860… Da Libero Comune a laboriosa città”, Artioli Editore, 2011

I Panini, una famiglia di Pozza

Nel 1900 Antonio Panini apre la sua officina meccanica a Pozza di Maranello: è il nonno dei famosi fratelli delle figurine e dell’omonima casa editrice, tutti originari di Pozza.

Se si leggono le cronache di Maranello, gli anni a cavallo del 1900 ricominciano a essere festosi. Nel 1898 viene indetta la prima Festa dell’Albero per infondere nei giovani l’amore per la natura. La cronaca rosa riporta di findanzamenti, matrimoni, fughe d’amore, ma si sofferma anche sulle feste estive dei villeggianti presso le loro belle residenze. Qui sfilano “belle acconciature”, “fieri giovanotti”, “policromi vestiti estivi” e “fettone d’anguria rosseggianti”. La folla colorita porta svago e novità, mentre le prime motociclette rombano per le vie spaventando i cavalli da tiro.

È in questo clima che nasce, a Pozza di Maranello, l’officina meccanica di Antonio Panini. Se questo cognome vi dice qualcosa, siete sulla via giusta. L’uomo, infatti, è il padre di un secondo Antonio Panini che, a sua volta, è il padre dei futuri inventori delle figurine Panini e fondatori a Modena dell’omonima casa editrice.

La famiglia, infatti, è originaria proprio di Pozza. Antonio Panini (junior) e la moglie Olga Cuoghi danno alla luce ben 8 figli, 4 femmine e 4 maschi, nell’arco di 10 anni, fra il 1921 e il 1931. Nascono tutti a Pozza, anche se la famiglia si trasferisce a Modena nel 1932, quando il più piccolo, Franco Cosimo Panini, ha solo un anno.

Ed è proprio a Modena che prenderà forma il futuro dei quattro “fratelli delle figurine”: la prima pietra è l’acquisto a rate dell’edicola in Corso Duomo gestita da Franco Cosimo e Umberto, poco più che ragazzini. Da lì in poi, il resto è storia: una storia che ha le sue radici a Pozza di Maranello.

 

Bibliografia
Silvano Soragni “Maranello. 1860… Da Libero Comune a laboriosa città”, Artioli Editore, 2011

Questa chiesa (non) s’ha da fare: storia della costruzione di San Biagio

In seguito a un lungo e aspro dibattito, nel 1899 viene inaugurata la nuova chiesa di San Biagio: durante la sua costruzione molti maranellesi partecipano addirittura al “passamano” dei mattoni.

Nel 1894, quando già da un anno la tranvia porta i maranellesi a Modena con 2 centesimi e quasi un’ora di tragitto, a Maranello si costituisce un nuovo Comitato Provvisorio. Questa volta lo studio di fattibilità riguarda la costruzione di una nuova chiesa parrocchiale. E il dibattito si rivela molto più aspro del previsto.

Fin dai tempi del Feudo Calcagnini, la chiesa parrocchiale di Maranello, dedicata a San Biagio, si trovava a ridosso del Castello. Quel nucleo antico arroccato e in salita era diventato nei secoli periferico e decentrato rispetto allo sviluppo della Maranello nuova. Nei secoli, infatti, il cuore del paese diventa l’incrocio fra la romana Via Claudia e la Via Giardini, tracciata nel Settecento. La posizione dell’antica chiesa è vista da molti come scomoda, fuori mano, difficilmente raggiungibile in quei giorni freddi d’inverno quando le strade ghiacciano e la neve cade copiosa.

Sono proprio i possidenti di Maranello a inoltrare domanda al Vescovo di Modena per poter costruire la nuova chiesa. Da parte sua, il prevosto di Maranello Don Gaetano Masinelli difende a spada tratta la vecchia sede proponendone un ampliamento. Inizia così un braccio di ferro tra sostenitori e detrattori della nuova chiesa, complicato da varie difficoltà nell’individuare il terreno adatto per un’eventuale ricostruzione. Uno di questi – il terreno Prandini – è definito da Don Masinelli tanto inadeguato che sarebbe “preferibile lasciare un popolo senza chiesa ad avere una chiesa in un luogo così sconveniente”.

È la votazione finale dei capifamiglia di Maranello a dirimere la questione. Su 182, solo 12 si esprimono contro la nuova costruzione. La nuova chiesa di San Biagio finalmente “s’ha da fare”, e il terreno approvato dal vescovo di Modena è proprio quello tanto vituperato da Don Masinelli.

I lavori cominciano nel 1895 su progetto dell’ingegnere architetto Carlo Barbieri di Modena. La costruzione è talmente sentita dalla comunità che molti maranellesi partecipano al “passamano” dei mattoni dalla fornace Varini fino al piazzale della nuova San Biagio. La chiesa viene infine aperta al culto nel 1899, mentre il suo campanile è inaugurato il 15 agosto 1913 con un gran suonare di campane a festa.

 

Bibliografia
Silvano Soragni, Maranello, dal Feudo Calcagnini… alla Scuderia Ferrari, Artioli Editore, 2004.

Diciotto chilometri all’ora: la rivoluzione dei trasporti a Maranello

Nel 1893 viene inaugurata la tranvia che collegherà per 44 anni Modena a Maranello. E il paese sogna di diventare il nodo dei collegamenti fra pianura e montagna.

Per Maranello il 24 giugno 1893 è un giorno importante. Da diversi anni si discute la costruzione di una linea di treni a vapore che colleghi il paese a Modena. I più entusiasti guardano lontano e pensano a Maranello come a un vero e proprio snodo ferroviario fra pianura e montagna. Dopo i primi studi di fattibilità da parte del Comitato Provvisorio, il progetto Modena-Maranello prende vita e i lavori iniziano ufficialmente nel luglio 1892.

Se si pensa che siamo alla fine dell’Ottocento, la costruzione vera e propria della linea tranviaria si conclude piuttosto velocemente. Non è passato neanche un anno che tutto è pronto per l’inaugurazione. Il tracciato finale tocca Vaciglio, Montale, Colombaro e Pozza: 16,36 km totali da un capolinea all’altro. La data scelta per dar fuoco alle polveri, il 24 giugno.

Il treno inaugurale parte dalla Barriera Garibaldi di Modena alle 9:10. Ha un locomotore, una vettura salone e cinque carrozze di prima classe. Dal giorno seguente sono garantiti quattro treni al giorno per il trasporto di persone. Eventuali merci da trasportare vengono caricate su vagoni supplementari attaccati in coda.

Il costo per viaggiare sulla nuova tranvia, da Maranello a Modena, è di 2 lire.La velocità di crociera, 18 km all’ora: poco meno di un’ora. Un tempo per noi lunghissimo e che, a un certo punto, sembra essere eccessivo anche ai maranellesi di allora, tanto che cominciano a chiamare affettuosamente i convogli “treni a còoc”, treni a spinta. Proprio quella che servirebbe per farli andare un po’ più veloci.

Ma tant’è, grazie alla tranvia nel giro di pochi mesi arriva a Maranello anche il servizio telegrafico, accorciando ulteriormente la distanza con il capoluogo. E anche se il paese non diventerà quel grande snodo ferroviario verso la montagna, a partire dal 1906 vengono garantite due coincidenze al giorno per Pavullo a bordo di un omnibus a motore.

I progetti per espandere la tranvia e portarla fino a Pavullo riprendono corpo negli anni ’20, ma purtroppo restano studi su carta, idee dall’esito incerto, troppo onerose per la cittadinanza. Il tratto inaugurato nel 1893, privo di iniziative di manutenzione, comincia a invecchiare e così viene a sua volta abbandonato, dismesso. La tranvia Modena-Maranello cessa definitivamente le sue corse l’11 settembre 1937, dopo 44 anni di onorato servizio.

Bibliografia
Silvano Soragni, Maranello, dal Feudo Calcagnini… alla Scuderia Ferrari, Artioli Editore, 2004.

Gli effetti collaterali di Napoleone

Con la conquista napoleonica del Nord Italia, i feudi vengono soppressi: i Calcagnini abbandonano Maranello il cui territorio viene frazionato e suddiviso fra Modena e Sassuolo.

Il 1796 è una data importante per tutto il Nord Italia. È proprio questo il periodo in cui le truppe di Napoleone Bonaparte calano nel paese, spazzando via i vecchi regimi e dando vita a un’occupazione che porterà con sé diversi effetti collaterali.

Per esempio, uno degli editti napoleonici abolisce l’istituto feudale. A Maranello, la conseguenza è che i Calcagnini abbandonano il Castello, come i Signori delle altre città si vedono costretti ad “abbandonare la nave”. Allo stesso tempo, però, Maranello perde di centralità: senza feudo, viene a mancare anche il suo status di capoluogo.

La nuova situazione è sancita nel 1804, quando il territorio di Maranello viene frazionato. I 716 abitanti di Torre Maina e Gorzano vengono assegnati a Modena. Tutto il resto se lo prende Sassuolo: i 206 abitanti di Fogliano e Santo Stefano, i 382 di San Venanzio e anche i 692 di Maranello.

Nel 1809 il comune di Maranello viene ufficialmente soppresso e aggregato alla podesteria di Sassuolo. Anche se Napoleone viene sconfitto nell’arco di qualche anno e gli eredi Calcagnini tornano a essere proprietari del Castello, Maranello resterà accorpata a Sassuolo fino all’Unità d’Italia.

Bibliografia

Silvano Soragni, “Maranello, dal Castello Feudale… al Maestro Giuseppe Graziosi”, Artioli Editore, 2007