La prima biblioteca di Maranello

Nel 1951 inaugura a Maranello la prima biblioteca, istituita per conservare pubblicazioni e divulgare cultura fra gli abitanti.

Dopo la prima scuola, la prima farmacia e la prima banca, per Maranello è tempo anche della prima biblioteca. È il 18 marzo 1951 quando il consiglio comunale ne delibera la costruzione. Il primo nucleo di libri è costituito da 334 volumi acquistati presso il Centro Diffusione Stampa di Modena.

Lo scopo della neonata biblioteca è “raccogliere e conservare ordinatamente pubblicazioni di autori italiani e stranieri, antichi e moderni, tanto da rappresentare nella generalità l’evolversi della conoscenza”.

Con la nuova struttura si pone anche l’attenzione nel divulgare la cultura popolare fra i cittadini, promuovendo l’educazione e il sapere, rispondendo così ai bisogni morali del paese e alla crescita della società civile. Una società davvero libera, perché dotata di cultura.

Bibliografia

Silvano Soragni, “Maranello, 1860… da Libero Comune a laboriosa città”, Artioli Editore, 2011

La Spyder 125 S: la prima Ferrari da corsa

Nel 1947 viene prodotta la prima Ferrari da corsa: è la Spyder 125 S che debutta lo stesso anno con Franco Cortese riportando presto le prime vittorie.

12 marzo 1947. Sulla strada che va da Maranello a Formigine sfreccia un’automobile nuova di zecca, ancora senza carrozzeria. Al volante c’è Enzo Ferrari. La vettura in questione diventerà la Spyder 125 S, la prima macchina da corsa prodotta nello stabilimento di Maranello. E la prima a portare il simbolo del Cavallino Rampante.

Ma facciamo un passo indietro. La guerra impone a Ferrari di mettere temporaneamente da parte il sogno di costruire auto da corsa facendo dello stabilimento un luogo di produzione di macchine utensili. Non appena il conflitto giunge al termine, il Drake non aspetta un minuto di più e fa chiamare a Maranello il suo amico Gioachino Colombo. Progettista dell’Alfa 158, epurato poi dalla Casa del Biscione come collaborazionista, una volta giunto a Maranello viene messo al lavoro. Comincia a schizzare un primo progetto di vettura da corsa con matite colorate su carta da pacchi – gli unici mezzi al tempo disponibili – e nell’ottobre 1945 dà vita ai primi veri disegni tecnici.

Nel frattempo Enzo Ferrari individua un altro collaboratore, Franco Cortese, che lavora per lui come rivenditore di macchine utensili. Ferrari lo fa chiamare e gli annuncia i suoi progetti. Cortese non è molto convinto: buttarsi in un nuovo business quando le macchine utensili vendono ancora benissimo? Follia! Poi, arriva la notizia ancora più folle: non solo si produrranno macchine da corsa, ma Cortese sarà il pilota del debutto. L’offerta è di 600.000 lire per la stagione, più 100.000 lire per la polizza assicurativa e il 50% dei premi di partenza e classifica.

Cortese accetta, viene ingaggiato per collaudi su strada il 7 aprile 1947. Intanto, la Spyder 125 S è quasi pronta, Ferrari stesso ha già cominciato a collaudarla, come abbiamo visto. Non esistono ancora piste di prova ad hoc, così le prime vetture vengono testate direttamente sulle strade di Maranello, fra la curiosità e lo stupore degli abitanti che si appassionano subito a quei nuovi bolidi.

La Spyder 125 S, 12 cilindri per 100 cavalli, debutta ufficialmente sul circuito di Piacenza l’11 maggio 1947, con Franco Cortese al volante. Enzo Ferrari definirà quella corsa “un insuccesso promettente”. La sua “ostinazione artigiana e provinciale”, infatti, viene presto premiata: la vittoria arriva il 25 maggio sul circuito di Roma ed è solo la prima di una lunga serie.

Bibliografia

Gianni Rogliatti, “Maranello, Ferrari e… la sua gente”, Edizioni del Puntografico, Comune di Maranello
Silvano Soragni, “Maranello, dal Feudo Calcagnini… alla Scuderia Ferrari”, Artioli Editore, 2004

La scuola motoristi “Alfredo Ferrari”

Nell’anno scolastico 1946/47 Enzo Ferrari fonda un corso triennale motoristi per formare adeguatamente i propri operai e i giovani maranellesi.

Finita la guerra bisogna rimboccarsi le maniche per far sì che tutto torni alla normalità. Anche lo stabilimento di Ferrari deve ripartire, e per farlo servono innanzitutto risorse umane competenti. Nel 1946 è impensabile assumere persone da Modena, benché dotate di una formazione tecnica più consona alle necessità di Enzo Ferrari, intento a rispolverare il suo sogno di costruire macchine da corsa. Molte strade sono ancora interrotte e dissestate: il pendolarismo di oggi non è un’opzione. Le risorse giuste vanno trovate a Maranello.

Ma come si fa? I suoi abitanti, per lo più, sanno lavorare la terra, non assemblare motori per automobili. Gli stessi operai dello stabilimento non hanno il livello di preparazione di cui Ferrari ha bisogno. Per lui, la soluzione c’è ed è una sola: provvedere a una formazione adeguata dei propri collaboratori.

Nell’anno scolastico 1946/47 Enzo Ferrari fonda quindi un corso triennale motoristi all’interno di un’ex casa colonica del fondo Cavani, oggi sede del Ristorante “Il Cavallino”. Il corso è rivolto in primis agli operai di Ferrari. Le materie previste sono matematica, fisica, disegno, tecnica dei motori e delle vetture, cultura generale e lettere. Il corso è intitolato ad Alfredo Ferrari, il fratello di Enzo scomparso nel 1916.

Già dal 1947 la scuola viene aperta a giovani della zona desiderosi di prendere un diploma. Dopo tre anni di abilitazione, gli alunni sono pronti per essere assunti in Ferrari. Danilo Angeli sarà lo studente più brillante del trienno 1949/1952, un vero “primo della classe”. Quattro anni dopo la scuola motoristi chiuderà i battenti, ma non è che una chiusura momentanea: i semi dell’attuale Istituto Superiore “Alfredo Dino Ferrari” sono già stati gettati.

Bibliografia

Silvano Soragni, “Maranello, dal Feudo Calcagnini… alla Scuderia Ferrari”, Artioli Editore, 2004

AAVV, “A. Ferrari 50, 1963 – 2013, Istituto Tecnico e professionale”, 2013, IPSIA Maranello

L’eccidio dei Pini e la Liberazione di Maranello

Aprile 1945 è un mese movimentato: gli ultimi bombardamenti con morti civili, l’eccidio dei Pini per rappresaglia e, infine, la Liberazione.

Ai primi di aprile 1945 tre tedeschi stanno camminando su una strada nei pressi di Torre Maina. Manca meno di un mese alla liberazione di Maranello, ma questo ancora non si sa. Non si sa neanche perché questi tre tedeschi si stiano avventurando in una zona risaputamente presidiata dai partigiani: disertori o sprovveduti? Troppo tardi per saperlo. I partigiani fanno fuoco, ne uccidono due e feriscono il terzo.

L’11 aprile arriva la rappresaglia. Un gruppo di tedeschi comincia a perquisire ogni casa del circondario, persino la chiesa di Torre Maina dove Don Orlandi sta tenendo lezione di dottrina. Stanno per fucilarlo, ma i fedeli gli si parano davanti come scudo e il parroco viene risparmiato. Non è così per tre giovani parenti che abitano presso il fondo di Ripalta e che diventano l’obiettivo della rappresaglia: Giuseppe Pini di 31 anni, il suo omonimo Giuseppe Pini di 20, e Onelio Pini di 24. La strage è conosciuta come l’eccidio dei Pini, l’ultima ad avere luogo nel maranellese.

Anche i bombardamenti si fanno sentire fino all’ultimo. A ridosso della Liberazione viene distrutto il Consorzio Agrario di Via Claudia poiché occupato dai tedeschi come deposito di armi e munizioni. Poi, è il turno della Fornace di Giacomo Prandini Bartolini, usata dai tedeschi come fureria. Il bilancio, però, conta vittime solo fra i civili: nessun tedesco viene colpito, e le banconote depositate nella fureria voleranno nel cielo per ore, sospinte dal contraccolpo.

Undici giorni dopo la strage dei Pini, il 22 aprile 1945, le truppe alleate entrano finalmente a Maranello e liberano la città. Sono Americani, Sudafricani, Brasiliani: visi esotici agli occhi della popolazione, che dai cingolati lanciano caramelle, chewing-gum, sigarette, e si fanno fotografare con i maranellesi in festa. Uno dei carri armati rimane in panne all’incrocio fra Via Trebbo e Via Claudia. Per i bambini, il cingolato bloccato diventa subito un gioco, tanto che alcuni, salendo in cima, fanno partire senza volere una cannonata contro il campanile di San Biagio. Per fortuna, nessun danno: sarà l’ultimo colpo di mortaio che la città è costretta a sentire.

Il giorno seguente si insedia a Maranello la nuova giunta municipale popolare formata da esponenti del Comitato di Liberazione Nazionale. Tra le sue fila conta personaggi di tendenza socialista e comunista, ma anche tecnici apolitici esperti in agricoltura e commercio per rimettere in piedi la città. È iniziato un nuovo giorno: la guerra, questa volta, è finita per davvero.

 

Bibliografia
Silvano Soragni, “Maranello, dal Feudo Calcagnini… alla Scuderia Ferrari”, Artioli Editore, 2004

La Resistenza a Maranello

Dalla lotta partigiana alla falsificazione di documenti, all’indomani dell’armistizio del 1943 anche Maranello dà il suo fondamentale apporto alla Resistenza.

8 settembre 1943. Vicino a Maranello, presso “La Borga” di Fogliano, un grammofono suona. Tutti ballano e cantano: è un giorno di festa, è finita la guerra. O almeno, questo è ciò si pensa. Sono tutti allegri, tranne un contadino che sta in un angolo, corrucciato. Prende la parola, fa notare che no, la guerra non è finita, perché adesso il nemico è in casa. In quel momento di allegria le sue parole suonano strane, fuoriluogo. È rozzo, trasandato, che ne sa lui? Eppure, il giorno dopo i fatti gli danno ragione.

Non sono passate 24 ore dai festeggiamenti che i soldati tedeschi irrompono nelle scuole di Via Veneto, dove sono di stanza i militari italiani. Alcuni riescono a scappare dal retro: fra questi, anche Mario Ricci di Pavullo che diventerà il comandante partigiano Armando. Gli altri vengono ammassati nel cortile della Locanda Corona in Via Claudia, dove i tedeschi cominciano a sparare. Qualcuno riesce a scappare anche da lì, attraverso alcune case, grazie all’aiuto del farmacista Gastone Caselli e del barbiere Bruno Gibellini. La Resistenza è cominciata anche a Maranello.

Chi scappa raggiunge Rio Grizzaga e prende la via delle colline per unirsi alle prime formazioni partigiane. Chi resta riesce a trovare lavoro presso l’impresa edile di Riziero Soragni o presso Ferrari che, pur producendo macchine belliche, nel sottotetto della fabbrica nasconde armi per i partigiani. Nell’area di Maranello si sviluppano presto alcuni centri nevralgici per aiutare la lotta partigiana. Fra questi, Casa Chierici e Casa Cavani a Torre Maina, e la casa di Giuseppe Gagliardelli a Pozza, frequentata da partigiani “bianchi” come Luigi “Lino” Paganelli ed Ermanno “Claudio” Gorrieri.

A Maranello si fanno anche documenti falsi. I renitenti alla leva che vogliono arruolarsi fra i partigiani devono munirsi di una nuova carta d’identità. Lo Stato civile di Maranello, grazie alla “talpa” Giulio Montorsi, escogita uno stratagemma per portare la macchina fotografica a Casa Taddeo, punto di ritrovo dei renitenti, e scattare loro le fototessere necessarie. La trovata è un secchio zincato a doppio fondo in cui nascondere la macchina fotografica, trasportato dal coraggioso fotografo del paese Dante Beltrami.

La storia della Resistenza maranellese si protrae fino agli sgoccioli della guerra, contando in tutto 25 morti. La maggior parte di questi – fra cui Bruno Valentini, Luciano Manni, William Lodi e Mario Franchini – perdono la vita nella sanguinosa battaglia di Benedello del 5 novembre 1944.

 

Bibliografia

Silvano Soragni, “Maranello, dal Feudo Calcagnini… alla Scuderia Ferrari”, Artioli Editore, 2004

Silvano Soragni, “Maranello, 1860… da Libero Comune a laboriosa città”, Artioli Editore, 2011

L’insediamento di Ferrari a Maranello

Nel 1943 lo stabilimento di Ferrari si insedia ufficialmente a Maranello nonostante il periodo storico complicato, fra occupazione tedesca e lotta di Resistenza.

Nel corso del 1943 l’impresa di Enzo Ferrari si insedia definitivamente a Maranello. Il nome è sempre quello della prima fondazione modenese, Auto Avio Costruzioni, e la produzione non è ancora orientata alle auto da corsa. Per un paese dedito a un’economia agricola, la novità ha un certo peso. La città vede nella nuova fabbrica un’occasione di lavoro e guadagno, ed è vero: nel giro di due anni i 40 operai che hanno seguito Ferrari da Modena diventano 140, tutti maranellesi.

Là fuori, però, c’è ancora la guerra. Lo stabilimento produce macchine utensili e fresatrici oleodinamiche, le prime a portare il simbolo del Cavallino e la tipica “F” allungata della scritta “Ferrari”. Si tratta di meccaniche utili a fini bellici, per questo lo stabilimento continua lavorare nonostante il conflitto, ottenendo il permesso di circolazione per i collaboratori dopo il coprifuoco. Inutile dire che, per mantenere in piedi un delicato equilibrio, Enzo Ferrari deve destreggiarsi con astuzia e diplomazia.

Sebbene le persone vicine alla Resistenza lo taccino di collaborazionismo, nel sottotetto della fabbrica sono nascoste armi per i partigiani. Talvolta, le macchine prodotte per i tedeschi vengono poi sabotate di nascosto, volontariamente. Allo stesso tempo, un atteggiamento di facciata conciliante con le forze in comando permette allo stabilimento di continuare la produzione, dando da mangiare alle famiglie degli operai. Costretto dagli eventi e minacciato su più fronti, Enzo Ferrari gira sempre assieme al suo autista, i finestrini dell’auto coperti da una tenda, e non dorme mai a Maranello per evitare agguati dall’una o dall’altra parte.

L’attività durante gli anni del conflitto porta lo stabilimento stesso a diventare un obiettivo sensibile. Fra 1944 e 1945, infatti, subisce alcuni bombardamenti alleati che ne distruggono una parte. Ma ormai la guerra è quasi finita, ed è solo questione di pochi mesi prima di lasciarsi tutto alle spalle e cominciare a lavorare per il sogno di una vita: costruire macchine da corsa.

Bibliografia

Gianni Rogliatti, “Maranello, Ferrari e… la sua gente”, Edizioni del Puntografico, Comune di Maranello

AAVV, a cura di ICARO progetti per l’Arte, “Enzo Ferrari & Maranello”, Città di Maranello

La Ferrari si insedia a Maranello

Il 16 dicembre 1942 si conclude il rogito con cui Enzo Ferrari acquista il fondo di Maranello su cui trasferirà Auto Avio Costruzioni.

È negli anni della seconda guerra mondiale che Enzo Ferrari decide di spostare la sua azienda, Auto Avio Costruzioni, da Modena a Maranello. Di fatto, la legge sul decentramento delle imprese lo obbliga a cercare un’alternativa fuori città, ma Ferrari accoglie di buon grado l’iniziativa. Sa bene che lo stabilimento di Modena non può rispondere al suo scopo, ossia costruire macchine da corsa. Con l’espansione della città, infatti, la fabbrica si trova nelle immediate vicinanze del centro e lui, invece, ha bisogno di spazio.

La prima scelta ricade su Formigine, ma l’accordo non si concretizza, così Ferrari guarda a Maranello. In paese non è uno sconosciuto. Qui ha dei possedimenti, e il fondo di 108 biolche modenesi che acquista per insediarvi la fabbrica confina proprio con una delle sue proprietà. L’atto di rogito porta la data del 16 dicembre 1942. Il permesso per costruire, invece, è già stato rilasciato a inizio mese dal podestà di Maranello Giuseppe Ferrari Amorotti.

Il fondo Cavani, acquistato dai precedenti proprietari Dante Colombini e Augusta Bertani, copre l’area su cui ancora oggi sorge l’edificio originario, compreso lo storico ingresso. Per il paese si profilano presto nuove occasioni di lavoro e fonti di guadagno, fino a quel momento quasi esclusivamente di matrice agricola. Sta per cominciare una nuova era, quella del sodalizio tra Maranello lo stabilimento di Enzo Ferrari.

Bibliografia

Gianni Rogliatti, “Maranello, Ferrari e… la sua gente”, Edizioni del Puntografico, Comune di Maranello

AAVV, a cura di “Icaro progetti per l’Arte”, “Enzo Ferrari & Maranello”, Città di Maranello

Il Municipio di Maranello

Nel 1938 viene inaugurato il Municipio di Maranello nella piazza centrale, dopo 70 anni di consigli comunali negli scomodi locali annessi al Castello.

Quando Maranello diventa libero comune nel lontano 1860, la prima riunione del consiglio si apre con una proposta: costruire una sede comunale più adatta allo scopo. L’idea, però, non viene messa in pratica. Passano 70 anni e il consiglio continua a riunirsi nei locali di fianco al Castello, situati a più di 1 km dalla città.

Negli anni ’30, dopo che Maranello vive una fervida stagione di ampliamento urbanistico sui terreni lasciati in eredità da Carlo Stradi, la questione della nuova sede comunale torna alla ribalta. Nel 1930 arriva la prima proposta concreta: fare un cambio di sede fra l’Ospizio Stradi da poco inaugurato e i locali vicino al Castello occupati dalle sale comunali.

L’idea prende corpo solo per metà. Il Municipo viene temporaneamente trasferito nei locali lasciati liberi dal reparto ospedaliero dell’Ospizio. La vecchia sede comunale, invece, rimane vuota e viene messa in affitto come casa di villeggiatura. Se da un lato le sale comunali si avvicinano alla città, dall’altro siamo ancora lontani dall’avere una sede completamente funzionale.

Nel frattempo, però, per ovviare alla disoccupazione conseguente alla crisi del 1929, il podestà di Maranello promuove la costruzione di una piazza centrale che prenderà il nome di Piazza Roma. È questo il luogo prescelto per il vero nuovo Municipio, il cui progetto viene approvato nel 1937.

La costruzione avviene in tempi rapidi e l’inaugurazione ha luogo il 28 ottobre 1938, nell’anniversario della Marcia su Roma. Oggi, Piazza Roma ha cambiato nome in Piazza della Libertà e il Municipio di Maranello si erge come un prezioso esempio di architettura razionalista degli anni ’30.

Bibliografia

Silvano Soragni, “Maranello, dal Feudo Calcagnini… alla Scuderia Ferrari”, Artioli Editore, 2004

Giuseppe Graziosi e il Castello di Maranello

Dal 1936 al 1942 Giuseppe Graziosi è proprietario del complesso castellano di Maranello: lo utilizza come residenza estiva e studio.

Gli artisti, si sa, hanno bisogno di luoghi adatti dove poter creare le proprie opere. E a un certo punto, un artista ha deciso che il complesso castellano di Maranello era esattamente ciò che stava cercando. Si tratta del Maestro Giuseppe Graziosi, scultore modenese di fama nazionale.

Graziosi nasce a Savignano sul Panaro nel 1879 da genitori contadini. Nel 1898 si diploma all’Istituto d’Arte di Modena per poi frequentare i corsi di incisione e scultura dell’Accademia di Belle Arti di Firenze. Si fa notare, vince premi, fra cui la medaglia di bronzo per la scultura “Il Fonditore” alla Mostra Universale di Parigi. Diventerà poi professore di plastica a Firenze, a Milano e a Napoli, benché la città toscana diventi la sua abitazione fissa dal 1926 fino alla morte.

Eppure, nel 1936, Graziosi acquista il Castello di Maranello e i suoi annessi per ricavarne una residenza estiva, nella migliore tradizione che vede la città come luogo ottimale per la villeggiatura. La vecchia chiesa di San Biagio, attigua al Castello, diventa il suo studio. In seguito ad alcuni lavori di manutenzione ordinaria e l’apertura di un archivolto per migliorarne la luminosità, la chiesa si popola di statue e bozzetti come testimoniano molte fotografie. E a proposito di fotografie, lo stesso Graziosi produce in questo periodo una serie di scatti fotografici che ritraggono la vita agreste di Maranello e ne sono ancora preziosa testimonianza.

Graziosi è la prima persona esterna alla cerchia degli eredi Calcagnini a essere proprietario del Castello di Maranello. Ne tiene la proprietà fino alla morte, che arriva nel 1942. La commemorazione del compianto artista viene organizzata proprio negli ambienti del complesso castellano. Per l’occasione, accorrono a Maranello famosi artisti dell’epoca, fra cui Felice Carena, Ardengo Soffici e Baccio Maria Bacci, per onorare il collega, l’artista e l’amico Giuseppe Graziosi.

 

Bibliografia

Silvano Soragni, “Maranello, dal Castello Feudale… al Maestro Giuseppe Graziosi”, Artioli Editore, 2007

La Casinalbo – Serramazzoni e le squadre di calcio

Nel 1936, la prima gara ciclistica Casinalbo – Serramazzoni tocca anche Maranello che vede nascere sul suo territorio diverse squadre di calcio.

Pronti, partenza, via! Nel 1936 si disputa la gara ciclistica Casinalbo – Serramazzoni: prima di una lunga serie, il suo percorso tocca anche Maranello. La gara è uno dei segni di rinascita dello sport nella città dopo le prime iniziative dell’associazione Fulgor nel 1911 e lo stop imposto dalla Prima guerra mondiale.

Ma il ciclismo non è il solo sport ad andare forte tra i maranellesi. Ovviamente, c’è anche il calcio. Quando la Casinalbo – Serramazzoni sfreccia lungo le strade di Maranello, piccole squadre di calcio cittadine sono già attive. Le fotografie delle varie formazioni testimoniano, anno dopo anno, anche l’evolversi delle divise. Da canottiere e camicie di fortuna nel 1925, si arriva alle divise in maniche corte uguali per tutti.

Il calcio prosegue anche negli anni della Seconda guerra mondiale con la M di Mussolini appuntata sulle divise. Nella squadra di calcio della neonata Ferrari, però, al posto della M spiccherà il simbolo del Cavallino Rampante.

Bibliografia

Silvano Soragni “Maranello. 1860… Da Libero Comune a laboriosa città”, Artioli Editore, 2011